FIGLI RIBELLI, GENITORI SMARRITI
Sembrano strade in parallelo, destinate a non incontrarsi mai, ma entrambi con una ferita dentro, figli che si oppongono a genitori sempre più stanchi e smarriti, nessuno vince, perdono tutti.
La ribellione di un figlio che disconosce il ruolo di un genitore è un linguaggio, un modo confuso ma potente per dire: guardami, ascoltami, aiutami a ritrovarmi.
Lo smarrimento che prova un genitore non è fallimento, è il dolore di chi ama, ma percepisce una distanza siderale con il soggetto del suo amore.
In questo vuoto accade un’alchimia inversa: l’amore si trasforma in risentimento, o indifferenza.
Dietro un figlio che si chiude, sfida, si allontana, c’è desiderio di connessione, anche se può non sembrare, ma che un genitore non sa più come ristabilire.
Il punto non è domandarci perché i figli siano diventati ribelli, ma dove, lungo il cammino, si sia incrinato il legame.
Perché prima della ribellione (qui si parla di una opposizione non sana, diversa dal desiderio di libertà e autonomia tipico della preadolecenza e adolescenza), c’è disconnessione.
Partiamo proprio da qui con una domanda.
Dove stiamo andando?
Siamo sempre più connessi ai dispositivi, al mondo materiale, alle informazioni che scorrono incessantemente e ci invadono in ogni istante. Eppure, paradossalmente, siamo sempre meno connessi gli uni agli altri e, soprattutto, a noi stessi. Ed è da qui che nasce quel senso diffuso di smarrimento che attraversa famiglie, relazioni, società intere.
Ci si lamenta che i giovani di oggi sono cambiati, accompagnando con frasi del tipo: “Alla nostra età eravamo diversi, avevamo più valori, più rispetto, più senso del limite.” E in effetti il disagio è tangibile: episodi di bullismo in aumento, rabbia diffusa, fragilità emotive che si manifestano già sui banchi delle elementari.
Alla ricerca del colpevole…
Si dice che sia il mondo di oggi, il sistema, la società stravolta.
In parte è varo, ma non del tutto, e soprattutto è semplicistico pensarla così.
Quando l’attenzione resta fuori da noi ci deresponsabilizziamo, evitiamo di guardarci dentro. Se il problema è sempre altrove, ci sentiamo meno coinvolti, addirittura giustificati perché sono “gli altri” e io non posso farci niente.
Ma la società è fatta di individui, con il loro potere di modificarla, partendo dall’anello più piccolo ma centrale, la famiglia.
Un bimbo costruisce la propria personalità attraverso la relazione che gli adulti di riferimento hanno con lui, la prima in assoluto è quella fra le mura domestiche.
La tecnologia ha un ruolo?
La tecnologia ha un ruolo significativo in tutto questo, non c’è dubbio: consente opportunità straordinarie, ma usata male crea dipendenza e solitudine. (Tengo a sottolineare che l’utente è quasi del tutto ignaro dei danni che subisce, mentre i creatori di certe app NO).
Ma il punto non è demonizzare il digitale, è chiederci cosa, nel frattempo, abbiamo smesso di curare.
La disconnessione non nasce improvvisamente nell’adolescenza: comincia molto prima, nel quotidiano, che sembra innocuo, ma è lì che avviene tutto.
Capita di vedere famiglie al ristorante o in pizzeria dove, per consumare un pasto “senza disturbi”, si schiaffa il cellulare sotto il naso dei bimbi, a volte senza che lo abbia nemmeno chiesto. I bimbi cadono in ipnosi, mangiano distrattamente o non mangiano affatto.
E in quanto ad esempio, da cui i figli traggono l’insegnamento maggiore, anche certi papà e mamma si annullano, scollando contenuti di dubbio valore o chattano con altri, disintegrando letteralmente la dimensione della relazione, e insieme, la loro immagine di guida.
È diventato normale.
Lo fanno quasi tutti: è la cultura della distrazione, e della distruzione (tengo a sottolineare che invece ci sono genitori che portano borse piene di colori, album da disegno e libri con storie, e che interagiscono coi figli ad ogni occasione, li ho visti davvero!)
I bambini non hanno bisogno di essere intrattenuti, ma di essere incontrati.
Hanno bisogno di volti veri, di sorrisi, di sguardi, di tocchi, di parole, di PRESENZA.
Perché è così che un figlio sente di valere, di esistere.
Prima di domandarci perché i figli siano inquieti, ribelli o smarriti, dovremmo chiederci dove abbiamo smesso di esserci davvero, perdendo la strada di casa.
Adoro la serie di Avatar e c’è sempre una frase che ritengo stupenda: “Io ti vedo”, cioè ti RICONOSCO.
Essere visti e accettati per quello che siamo è il nostro bisogno fondamentale, e i bambini ne hanno bisogno come dello stesso respiro.
Quando un figlio non si sente riconosciuto, visto, accolto, è scontato che cercherà altrove qualcuno che lo faccia sentire parte di qualcosa. Non importa se sarà un adulto affidabile o meno, un gruppo di amici, o una piattaforma social: la psiche cerca appartenenza. Sempre.
Se non la trova a casa, la cercherà fuori.
Qui nasce la ribellione come richiesta di validazione.
Eppure si può invertire la rotta e ripristinare la connessione, riparando la RELAZIONE.
In che modo, se tutto pare perduto?
Quando i vostri figli vi parlano, guardateli negli occhi, e usate anche il cuore.
Gli occhi sono lo specchio dell’anima: in uno sguardo si leggono paure, gioie, bisogni che non hanno voce, solo vibrazione.
Non distogliete lo sguardo, perché percepirebbero che c’è altro più importante, e invece i figli vengono sempre prima!
Tornate ad essere voi il centro del loro sano attaccamento!
Rimanete accanto, fisicamente, emotivamente.
Alcuni studi scientifici dimostrano che il cuore emana un campo magnetico potentissimo: molto più del cervello! Condividere attività, letture, fare conversazione stando vicini è qualcosa di estremamente importante: i vostri figli hanno bisogno di vicinanza, di vibrare con voi, di percepire che, nonostante gli impegni, LORO VENGONO PRIMA, SEMPRE.
Insegnategli il linguaggio delle emozioni.
Molti ragazzi oggi soffrono perché non sanno che le emozioni sono transitorie, che la paura si attraversa, che l’ansia si può comprendere, che il dolore non è una condanna, non lo sanno perché nessuno gli e lo ha insegnato e purtroppo neanche a scuola c’è più spazio per l’educazione vera, quella che conduce alla scoperta di Sé.
Così si trovano confusi alla costante ricerca di approvazione, ma i “like” autentici devono arrivare da mamma e papà: da parole amorevoli, da messaggi privi di giudizio, da una comunicazione ferma ma nutriente, autorevole, ma gentile.
Non bisogna essere perfetti, ma ESSERCI, veramente.
E se a tavola invece di guardare la TV si facesse spazio al racconto della giornata, celebrando gli errori (gli errori???), che sono poi quelli che fanno crescere e fanno fare un sacco di belle scoperte!
Non è mai troppo tardi per riattivare la connessione, certo quando i figli sono piccoli è meglio, ma anche con gli adolescenti si può ricostruire la trama, l’importante è che lo si faccia partendo da sé stessi, amandosi per ciò che si è e non per quello che si vorrebbe essere, affinando l’arte dialogica e della vera presenza, per riposizionarsi sul piano dove ogni genitore dovrebbe stare: quello di guida e custode, responsabile e consapevole.